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Scrivere della Sicilia da lontano. Da lontano, dico, come se dalla Sicilia mancassi da venti, da trenta, da quarant'anni, ricordandola, amandola, senza affilarvi sopra ragione e rancore. Diffilcile farlo, per me. Non ho mai potuto amare la Sicilia interamente, senza una controparte di insofferenza, di risentimento, di avversione. Ho sempre dovuto e voluto fare i conti con lei, restandoci. Ho dovuto e voluto fare i conti con quello che c'è in lei di vecchio, di stupido, di tremendo; e col nuovo che diventa vecchio, come in quel film di Frank Capra, Orizzonte perduto, in cui si vede un volto giovane di colpo orribilmente invecchiare, rugarsi, rinsecchire. Per fare un discorso d'amore, di solo amore, dovrei riportarmi agli anni dell'infanzia in cui la scoprivo. Leonardo Sciascia Palermo Centrale in scala N, nasce per amore di una terra oggi a me lontana, nel ricordo di molti viaggi in treno, che da bambino portavano me e la mia famiglia, emigrata all'estero, in Sicilia. Rimane in me, il ricordo indelebile, delle E636 al traino dei pesanti espressi, detti anche "treni della speranza". Era la fine degli anni '70, anni in cui le Ferrovie dello Stato si accingevano a importanti innovazioni nella trazione, nell'elettrficazione che avanzava su tutta la rete nazionale, togliendo spazio al vapore, che da lì a poco sarebbe scomparso dai nostri binari. Ricordo le E656 nuove di fabbrica, e non era difficile vederle affiancate ad una coppia di Ale 840, o Aln 990. Eppure, ancora oggi, se chiudo gli occhi sento ancora il rumore delle traverse in legno e il loro intenso odore di catrame. Ancora oggi come allora parlo, penso, scrivo della Sicilia come un figlio lontano dalla propria madre, cosa alquanto difficile da fare, perchè immancabilmente viene un nodo in gola, sempre con la stessa rabbia, simile a quando di quando da lei si va via, ma lo si fa anche e sempre con amore. per visionare le foto leggete tutto l'articolo |